Nigel non guardava. Nigel occhi persi -STORIE-

Montava sulla sua vecchia barca ed imprecava col motore. Tutte le volte. Ogni volta caricava la sua canna da pesca che era solito lucidare per bene prima di riporla a posto, ma in realtà non la usava proprio mai. Si spingeva a largo, tanto lontano dal villaggio che nessuno poteva vederlo. Allungava ogni volta la sua tratta verso l’Oceano aperto, per poi rientrare nel piccolo porticciolo di quell’isola deserta. Andava lì ogni Domenica d’Inverno, anche se pioveva poco. Se invece pioveva troppo aspettava il giorno dopo. Se il giorno dopo pioveva ancora restava a guardarla dal suo appartamento. Ma non era mai la stessa cosa. Le voci di chi amava ancora bersi una birra con gli amici al pub arrivavano fin su per le scale fino a perforargli l’umore. D’Estate se ne andava. Lontano dai turisti, lontano dai colori.
Continuava ad imprecare per attraccare. Una volta lasciata la sua barca, storta, nel piccolo porticciolo sporco cominciava a camminare. Costeggiava ogni volta la piccola isola, ogni volta sui passi della settimane passate. Non c’era pezzo di terreno in cui non passava. Le sue orme erano uguali a tutte quelle già sciolte dall’acqua. I suoi passi erano sicuri, non si rompevano tra le rocce. Le mani in tasca frugavano qualcosa di disperso, come gli occhi, che ogni volta assieme ai passi percorrevano il suo calvario. Non c’era emozione in tutto quello che faceva. O per lo meno era così che si diceva. Non c’era più emozione in niente a dirla tutta. E comunque continuava a bastonarsi con i venti freddi che facevano piegare l’erba, i piccoli arbusti. Ma non lui, lui no.

Erano quindici anni che consumava le sue scarpe nel suo deserto. Non si dava pace. Doveva ricordare tutto. Non poteva lasciare indietro niente di tutto quello che aveva perso o lasciato andare. Il Sole caldo di quell’Estate, le passeggiate a raccogliere le conchiglie senza guardare il mare. I bagni a largo, la sabbia che diventava fredda sui loro piedi al tramonto. La passeggiata a parlare di partenze, lungo tutto il costeggiare dell’isola. Non sapeva niente lui in realtà, di lei. Non sapeva cosa aveva dentro, che aveva incominciato a tormentarla, di nuovo. Non sapeva se quel tanto parlare di andarsene comprendeva anche lui, che era stato con lei da sempre. Non gli aveva mai detto ‘vieni con me’. Non gli aveva mai detto niente. Ma erano discorsi così lontani. Quella sera, dopo la lunga passeggiata tornarono come sempre al villaggio, in realtà niente era davvero cambiato. Continuavano a pizzicarsi con gli sguardi, solo quello. Si nascosero del freddo dell’Atlantico nel solito pub poco affollato, a mangiare ciò che di peggio la cucina offriva. Pochi amici, qualche risata. Quando tornarono nel loro appartamento, dopo aver salito le scale fuggendo dalle grida del pub di sotto, sentì come un vuoto dentro. Ma durò un attimo. Si disse che la fine dell’Estate era strana, ma che comunque poi ritorna. Era come se una parte di sè che ancora non sapeva niente si stesse consolando già. Si buttò nel letto accanto a lei, con gli occhi stanchi. Si addormentarono sulle parole. in realtà niente era cambiato. Dormì pesantemente, fino a quando le luci del giorno non abbatterono ogni parete. L’odore delle uova e del bacon sembrava già lontano, già mai fatti. Visse lentamente quei minuti dopo il risveglio. Le giornate silenziose di Settembre si consumavano nel Sole. Un’Estate così non si era mai vista.
Trovò la catenina di una collana, la sua. La portava sempre al collo. Era così abituato a vederla che sembrava fosse una parte di lei. Era così abituato a vedere lei che pensava fosse una parte di lui. Scese sempre senza fretta fino in cucina. Si affacciò nella piccola sala dove si vedeva il mare, e l’isola. Si preparò un panino per pranzo. Scese al pub. Disse che ‘chissà chi è andata a trovare’. Andò al porto. Le barche galleggiavano insonnite. Si bruciò una sigaretta. Risalì in casa. Sistemò la cucina incasinata dai giorni, bevendosi una birra. Si affacciò di nuovo sull’isola, dalla sala. Aspettava che lei tornasse per scendere ancora una volta al pub. Ma lei non sarebbe tornata e lo aveva incominciato a capire. Trovò un foglio di carta strappato dal suo diario. Che, si accorse in quell’istante, non era più nascosto tra i libri. Righe piegate in mille parole che la portavano lontano, ma chissà dove. Senza nessuna ragione. Senza nessun ripensamento. Se l’era sentito. Glie l’aveva detto. E se ne era andata. Tutto lì. Passò il primo periodo a cercare di trovarla, come solo un giovane amore può fare. Sapeva che l’avrebbe trovata. Domandò senza vergogna se qualcuno sapeva. Viaggiò nei suoi probabili pensieri. Lesse e rilesse le uniche righe che gli aveva lasciato, senza trovare un messaggio nascosto. Un anno dopo che se ne era andata capì che quello che aveva in mente lei non era un gioco. Ma un nuovo vivere. Non era un tentativo per vedere se l’amava ma un vero volere. E quel volere era andarsene. E non contava dove. O perché.

Nei mesi che precedevano l’Estate aveva cominciato a tornare nell’Isola. Gironzolava tra i ricordi, pensando che quella mancanza sarebbe stata presto colmata. Passò i pomeriggi estivi a mollo nel porto. Si comprò una canna da pesca, ma non riusciva mai a pescare niente. Quando l’Inverno ritornò lui era già freddo dentro. Cominciò a cercarla nella loro ultima passeggiata. L’unica volta in cui sentì uno scricchiolio fra di loro. Camminava piano e a volte ripensava ai suoi movimenti. L’Estate a venire decise di restare ancora. L’Inverno continuava a camminare. L’Estate rimaneva. L’Inverno ricordava. L’Estate seguente decise che sarebbe rimasto. L’Inverno incominciò a camminare svelto. Senza guardare più niente. Si disse che quella era diventata la sua quotidianità mentre l’aspettava. Ma l’Estate partì. Non pensava più a lei come la sua donna ma come ad un ingiusto furto di felicità. L’Inverno tornava. Prendeva la barca. La canna da pesca. Cominciava a camminare. L’estate ripartiva. Così per tutti quegli anni.
L’Inverno camminava veloce. E camminava veloce anche in quel momento. Tra i sassi sbilenchi che le grandi mareggiate lasciavano a impedire. In realtà non guardava. Non pensava a niente. Deviò il suo percorso, così, per caso. Senza accorgersene. Quando fu abbastanza lontano dalle sue solite tracce incominciò a guardarsi intorno. Perso, ancora una volta. Ma per la prima volta coerente di questo. Si fermò e la paura diventò curiosità. E la curiosità gli si raddoppiò pulsandogli nel cuore quando si accorse che dopo tanto dire provò così tante emozioni tutte in una volta. Non gli capitava da quei giorni d’Estate, di quindici anni fa.
Incominciò a guardarsi intorno e fu come guardare una cosa nuova per la prima volta da bambino. Lì vicino il piccolo bar abbandonato che in Estate vende gelati di ogni tipo. Dietro, più lontano, quell’albero dove si riparavano dal Sole nelle ore più calde. Per qualche motivo non tornò sui suoi soliti passi e si diede del cretino. Si avvicinò all’albero. Si accovacciò con le ginocchia piegate per non bagnarsi con l’erba. Guardò le onde. Le conchiglie che la notte aveva fatto arrivare fin lì e poi una piccola Luna d’argento, che si nascondeva fra la terra fangosa. Un piccolo ciondolo mal concio e seppellito lo guardava dalla terra come un sorriso. Non fece nient’altro che prenderlo, ripulirlo e ficcarselo avidamente in tasca, come si rubano i baci da ragazzi. Tornato al porto ripose la canna da pesca. Sempre lucida. Salì in casa e per ore non fece altro che rigirarsi il ciondolo fra le dita, per trovarci chissà che. Ultimo indizio di un disperato perdersi. Aspettò la sera dopo per riprendere in mano quella lettera che non apriva da anni. E continuò a non capire. Preparò una cena veloce, mangiare da solo lo faceva star male. Quando tornò e trovò la lettera caduta in terra notò che nel retro del foglio c’era una frase che non aveva mai letto. Forse per rabbia, forse per dolore. Capì che davvero mai l’aveva capita. Quando diceva che l’Oceano la spaventava a morte.
Dietro la lettera il suo nuovo futuro indirizzo. Aveva programmato già tutto.
E “Non posso permetterti di andartene da qui. è questo il tuo posto”
Tutto lo uccise. Tutto lo resuscitò. Capì che era stata lei a non aver mai saputo nulla di lui. Capì che era lei che si sbagliava.
Si ricordò anche dei mille progetti di cui le parlava sempre e capì che tutto quel tempo a non trovare indizi non era il suo, ma del suo amore, così lontano e così perduto.

Decise di andare da lei. Lo fece in Primavera.

 

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2 pensieri su “Nigel non guardava. Nigel occhi persi -STORIE-

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