L’anarchia del cuore. (addio e arrivederci)

Valigie sfatte, disfatte e rifatte nuovamente. Siamo già distanti più di 80 chilometri dal letto che negli ultimi dieci giorni c’ha tenuti al caldo. Metri su metri d’asfalto ci dividono dalla nostra ultima host, Suzanne. Donnona americana sulla sessantina tanto grassa da avere un fiatone costante e da doversi reggere su di un fragile e precario bastone. Ora probabilmente si sarà già addormentata da un pezzo sopra il libro che da giorni sta provando a leggere, con la bocca sporca di burro e tante email da mandare, chissà a chi. Ma noi siamo già arrivati nella nostra nuova e bizzarra destinazione. Quando ieri sera, all’ultimo momento abbiamo trovato nuove persone pronte ad ospitarci come al solito non ci siamo fatti troppi problemi, non abbiamo avuto paura. E questa mattina, dopo esserci svegliati di buon ora, preso ( e lasciato) tutto quello che dovevamo prendere (e lasciare), e aspettato che Suzanne si svegliasse, ci siamo rimessi in strada. Per chissà quanti minuti abbiamo aspettato che la persona giusta si fermasse a darci un passaggio fino al prossimo villaggio, o il prossimo bivio. E come sempre sono arrivati. Belli, solari, con la voglia alle stelle di poter esserti d’aiuto, o di conoscere gente nuova, di condividere un tratto di strada, di farsi due chiacchiere. Ora, che siamo arrivati nella nostra nuova famiglia momentanea, a 30 chilometri da Cork, l’incredulità e la gioia di trovare tanta illogica ospitalità sono le stesse che abbiamo avuto più di un mese fa quando siamo arrivati dalla nostra cara Doris, a Craughwell, o quando siamo entrati della grande cucina dell’Odows Pub a Roundstone, o quando Alan, l’artista dell’Isola di Valentia c’ha tenuti a chiacchierare ore ed ore nella sua fantastica casa. Qui è tutto illogico, pazzo, surreale. Perfetto.
Ma oggi abbiamo fatto un’altra cosa più o meno degna di essere raccontata. Partiti dall’Italia senza un’idea troppo chiara di quello che avremmo fatto in Irlanda le nostre valigie, ok, soprattutto la mie, erano piene di cose ingombranti ed inutili. Dopo aver saputo dell’esistenza di negozi di seconda mano, davvero molto diffusi in tutte le grandi e piccole città, e del loro stile di fare le cose, abbiamo deciso di lasciare tutto quello che ci era di troppo. Vestiti di ogni genere davvero futili per il viaggio che stiamo affrontando. Non abbiamo fatto niente di speciale, si sa ma per quanto siano solo oggetti per molte persone è sempre difficile dividersi da essi. E questo è assurdo, ma è così. Quindi abbiamo lasciato tutto a casa di Suzanne, Che lavora come volontaria in uno di questi negozietti, sempre strapieni di ogni genere di cose, a volte incredibili, a prezzi che non raggiungono i 20 euro. Ma la cosa davvero bella è che con il ricavato di questi negozi, diffusissimi in tutto il territorio, è interamente dato in beneficienza. E quindi, nel nostro piccolo siamo stati contenti di fare questo stupidissimo gesto.
Ho lasciato anche le mie scarpe, lì. Vecchie e consumate. Per quanto in loro non veda sono un accessorio, per quanto dentro ci siano tanti chilomentri, tante emozioni e tanti ricordi è stato giusto così. Ora devono rimanere qui, in questa terra. Magari nei piedi di chi saprà sentire tutta la loro energia che sono riuscita a metterci dentro. Vecchie e stanche le mie scarpe. Ma non io. Io vado avanti, ho sempre le mie gambe.(E ovviamente altri mille paia di scarpe a cui non ho potuto rinunciare!!!!!!)

Altri addii, altri grazie, altri “passatemi a trovare”, altri sorrisi, altri abbracci.
è una specie d’anarchia del cuore.
E tutto è sempre più fottutamente possibile.

 

 

 

 

 

Smile, Veronica J.
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