IN GIRO PER I BALCANI, giorno 2- Lasciarsi viaggiare

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Mi sveglio presto, con la voglia di andare via dal caos che solo il periodo dii ferie fa ribollire nell’aria. Ci svegliamo tutti insieme, io e i miei compagni di stanza come scossi dallo stesso incubo, o dallo stesso sogno. Una colazione al volo, chiudere per bene lo zaino e via, si riparte. Millie mi accompagna fino alla fermata degli autobus e devia per il porto. Salto su, dieci minuti e si parte. Via, via, lontana dalle chiassose vacanze. arrivo a Dubrovnik dopo tre ore e subito ho voglia di ripartire. Acqua cristallina sì, ma anche lo stesso clima di Spalato. Tiro fuori il dito, il cartello che ho in mano indica che voglio arrivare a “TREBIGNE”, sbaglio a scrivere ma dieci minuti dopo sono già lontana dalla città. La via più breve per passare il confine è anche quella più desolata. Scendo al volo dalla macchina e il sole è fisso su di me e sulla montagna. Cosa c’è di meglio? Sentirsi vivi, la testa scotta, il velo azzurro a ripararmi, le gambe che vanno e vanno. Su, senza fermarsi anzi accellerando, come una spinta vitale. Le macchine non si fermano ma poi sono io a superarle, alla dogana. Le scavalco sicura, sotto gli occhi curiosi e pure annoiati della gente. Passo il confine a piedi ed è un’emozione. Guardo la strada dietro e faccio ciao al mare e un po’ d’ombra mi da il benvenuto. Sono in Bosnia. Pochi metri più in là una macchina si ferma e mi fa salire. Stiamo stretti ma almeno ci siamo. L’auto scorre dolce e veloce tra le colline aspre dell’Erzegovina e qualche mucca. Venti minuti dopo arrivo a destinazione. Cammino lenta e mi godo il fiume, lo mangio con gli occhi, ne prendo tutto il vento. I salici battono il loro ritmo, il sole è caldo ma più buono, più docile. Trovato un letto comodo su cui passare la notte cedo e ci affondo dentro, ma la musica che c’è fuori apre le finestre le fa vibrare. A Trebinje la musica non finisce mai. Alta e quasi disgustosa, degna delle peggiori discoteche. Eppure il paese sembra avvolto in un aurea di eterna siesta. I camerieri non hanno fretta, gli uomini nei bar sorseggiano le loro bevande lentamente e parlano piano, i pochi turisti vagano silenziosi quasi per non disturbare la musica che diventa un sottofondo, arrivati al fiume. E l’acqua è talmente cristallina che tutto si riflette e si perde sul fondo del  fiume, a nascondere chissà quale passato. Vado piano anche io, assaporando il momento in cui mi immergerò nelle sue acque gelate. Ma poi incontro Dragan e timidamente gli scatto una foto. Ma Dragan non è uno qualunque così si lascia fotografare e poi percorrere. Mi mostra la sua piccola vigna e mi parla del suo vino e del suo whisky. Sembrava mi aspettasse da tutto il pomeriggio, lì fuori a curare le sue siepi. Mi lascio guidare nel suo giardino mentre con la dolcezza del suo inglese perfetto mi mostra piante da tutto il mondo. Piano, piano sistemerà tutto e il suo giardino selvaggio ed estremamente rigoglioso diventerà un giardino botanico. è il suo sogno. Mangio la sua frutta, la migliore uva che io abbia mai divorato. Dolce e succosa e buonissima che ha in se tutta la magia del fiume su cui cresce e l’amore che Dragan gli da. Mi parla del Blues, il suo mondo e gli occhi gli brillano e non di nostalgia ma di vita. E il tempo si ferma. Non il tempo di una foto, non il tempo di un boccone d’uva, ma il tempo di una storia. Irresistibile. Mi accompagna al fiume dove posso finalmente fare un bagno e  mi dice di stare attenta, ma soprattutto di godermi il viaggio. ‘Ripassa di qui così vedo che stai bene’. Sto bene, Dragan, sto benissimo. L’acqua è gelata  ma più mi immergo più i chilometri fatti durante la giornata si sciolgono e diventano risa, euforia, meraviglia. Mangio il fiume col corpo, non solo con gli occhi e sciolta la strada mi lascio viaggiare. Da me, da tutto. Dal viaggio. Che non inizia mai quando lasci casa ma quando lo senti che è iniziato. Ed ora è il momento. Non è solo un fatto di spostarsi, è più una cosa come sentire il percorso sotto i piedi e sulle spalle. Riconoscersi in tutti i chilometri già percorsi e volersi scoprire in quelli ancora da fare. Specchiarsi nell’altro e un po’ vedersi. Scoprire che non c’è limite, solo dogane che puoi scavalcare con le tue gambe e abbattere andando verso l’altro, e quindi anche verso di te, e non contro.

Veronica J.

„Ovunque nel mondo, in qualsiasi posto il mio pensiero vada o si arresti, trova fedeli e operosi ponti, come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, ai nostri occhi, ai nostri piedi, affinché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi.“
– Ivo Andrič

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