IN GIRO PER I BALCANI, giorno 3- caffè, curve, polvere e cicatrici

Sconfiggo una notte di incubi e mi sveglio. La camera è ancora silenziosa, tutti dormono ancora. L’odore di caffè bosniaco non si sente ma è forte e grumoso il suo sapore. Caldo, stopposo, polveroso. Esco di fretta dall’ostello dopo aver salutato i ragazzi appena svegli, ancora con gli occhi gonfi. Il mercato di frutta e verdura invece urla, ti chiama, ti offre. E come ogni mercato del mondo ti da i migliori colori. Buongiorno. È una giornata calda, la stazione degli autobus è rovente. 10 marchi per Mostar. 4 ore di autobus. Nessuno parla una parola di inglese e nessuno parla con me soprattutto. Su queste quattro ruote sono la straniera. In pericolo o pericolosa? La mia macchina fotografica è scrutata, ogni suo movimento seguito. Percepire le sensazioni di queste persone non è facile, proprio come non è facile bere il loro caffè. Proprio come non è facile questa terra. L’Erzegovina, terreno arido, bruciato dal sole, cresciuto sulle sue roccie aguzze. Eppure così rigoglioso. Buon vino, buona carne. Cosa c’è quindi sotto questa terra secca, aspra? Sotto le rughe dei suoi abitanti? Nei troppi fondi di un caffè bollente? Il viaggio prosegue tra mille curve e ogni volta il paesaggio cambia ed è se stesso. Bruciato e profondo. I pascoli si susseguono ed ogni tanto l’autobus si ferma. Una stradina polverosa in mezzo al niente, o almeno così mi sembra, e una donna sola che si incammina e si immerge in quella vegetazione gialla. Guardo questa terra e penso di capirla. Dura in superficie, nutriente dentro. Ed infatti è così. Ti nutre. Il caffè ti sveglia davvero, il terreno da i migliori frutti, le persone si fanno incontrare. Lentamente, col tempo. Ma 4 ore di autobus sono sufficenti. La ruga diventa un sorriso e le braccia conserte si sciolgono per un saluto. Niente è più simile di loro. La terra e il suo popolo. Identici ovunque. Arrivo a Mostar ed è un colpo al cuore. L’autobus sfila tra edifici crivellati dai colpi di fucile e piccole moschee gremite di gente. Dov’è la bella città? I fori che fanno da sfondo ai palazzi non lasciano via di fuga alla memoria. Perché sono ancora lì, mi chiedo? Inosservati forse dai suoi cittadini e anche dai turisti. Sfiliamo per questo viale che poi scopro essere la via fuori dalle mura della cittadina.

Un passo e osservi meravigliato la pittoresca visione, tra negozietti di souvenir e bar occidentali. Un passo e sei nella desolazione, ma muta, archiviata. Mostar è un alternarsi di emozioni sconclusionate. Per un po’ ti perdi estasiato dal fiume che non ha mai smesso di scorrere mentre fuori la città non riconstriuta appare ancora ferma. La quiete infinita dopo la tempesta. Ma è come un fiore con tante sfumature. E come sempre mi faccio guidare dagli odori e dai rumori. Seguo il suono di una chitarra e mi fermo in disparte ad ascoltare e osservare i bicchieri di birra che lentamente finiscono. Ma poi ancora e più forte, da un altoparlante arriva il canto che annuncia il momento della preghiera serale e insieme ai suoi fedeli mi affretto a seguirlo. Arrivo nella piccola moschea poco affollata.
Gli uomini si salutano amichevolmente e le donne chiacchierano, restando fuori, velate. Io invece mi avvicino, incuriosita. Mi affaccio e saluto e una volta finito il canto che ha riempito l’aria me ne vado. Mostar è così contradditoria e bella. Tornando indietro noto la pietra su cui è incisa la frase ‘Don’t forget 93′, che, sarà l’ora, l’estate, la voglia di vacanza, passa inosservata a tutti. Mi fermo un po’, ma senza pensare a niente, solo a sentire il fiume. Mi giro in bocca la solitudine troppo invadente stasera e poi torno a casa. Ripercorrendo il viale del terrore, passando con le dita sui fori del fucile mi do una buonanotte triste, che pur sempre notte è.

Veronica J.

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