IN GIRO PER I BALCANI, giorno 4- le preghiere degli altri

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Sono sempre la prima a svegliarsi. Faccio una colazione al volo e parto. Poche parole, mi va di stare in silenzio. Fa caldo, la testa mi scoppia, le gambe vanno da sole. Arrivo alla stazione degli autobus. I grandi zaini dei ragazzi in viaggio e le buste di plastica dei cittadini locali. Mi siedo al bar, prendo un caffè per ingannare il tempo. Nilo si siede accanto a me e si prende un caffè pure lui, poi mi chiede di controllare la sua roba, che quel che ha bevuto ha già fatto effetto. Chiacchieriamo un po’. Lui mi parla della sua Nuova Zelanda e di quanto sia decisamente meglio dell’Australia, io della mia Venezia. Ma quando mi chiede qual è il posto più bello che io abbia mai visto gli parlo delle mie colline verdi. Lui della sua cittadina sul Pacifico e di quando va a pescare con suo padre. Inevitabile. Decido di andare a Medjugorie. Ad incuriosirmi non è la sua storia ma la massa di fedeli che ogni giorno invade le sue strade. Dopo mezz’ora di autobus salgo su un piccolo pulmino che mi accompagna fino alla mia destinazione. Sono sola, nessuno ha avuto la mia stessa brillante idea? Scesa nel semidegrado della stazione degli autobus pago 50 centesimi per il mio pranzo e mi incammino verso il centro. La via principale, così come quelle laterali, è costellata di negozietti di souvenir che vendono madonne in plastica insieme a profumi e cappellini da spiaggia glitterati rosa, gialli e blu. Arrivo nella piazza della chiesa ed entro. Gente inginocchiata e penitente, nella confusione di chi ha appena finito di pregare e ora scatta un selfie con la statua della Madonna. Esco, non voglio disturbare. Già ci pensano i fedeli.

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Nella piazza l’ennesima statua dall’aiuola curata è invasa di gente. C’è chi si inginocchia e tende la mano verso di lei, chi scatta una foto di gruppo, chi recita il rosario a gran voce girandole intorno. Osservo incredula il da farsi della gente. Un bambino scalcia sulla schiena della madre che non fa una piega e continua con i suoi Ave Maria. Un altro selfie ancora. Faccio un giro per il paese tra edifici architettati male e altri mai completati. Scheletri e orrori, frutto di un’economia che vende acqua santa ‘solo per oggi prezzo speciale’ in bottiglie di plastica riciclate. Me ne vado presto, quasi subito. Il temporale vuole iniziare e io voglio lasciare questo posto. Così dopo un’altra mezz’ora di strada raggiungo il piccolo paesino arrampicato sulle rocce, Počitenje. Il vento tira e i baracchini di souvenir vogliono chiudere. Salgo una delle tante rampe di roccia. La piccola moschea sembra voler dominare il temporale e alla fine ci riesce, anche sta volta. I gatti randagi con i loro occhi piccoli osservano annoiati e piano si vanno a nascondere dal vento. Non sembra ci siano abitanti a parte i negozianti. Una buffa signora chiude la sua baracca, nascosta da un ponte. Mi guarda e mi fa segno di guardare su, sorride a quattro denti, sembra volermi bene.

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Io alzo gli occhi, un grande albero di fico pende sulle nostre teste, le foglie grandi, i frutti non ancora maturi e il suo profumo che invade tutto. Guardo la signora che fa si con la testa e con la mano un gesto per inebriarsi ancora un po’ di quel profumo che il vento ha smosso, o che forse c’era anche prima. La durezza del paese costruito con la stessa roccia su cui poggia si fa accarezzare dai melograni e dai piccoli vigneti selvaggi e intorpiditi. Erba alta, qualche tetto sfondato. il campanile della chiesa dall’altra parte della moschea non è stato ancora ricostruito dopo la guerra, come molte altre cose in verità. Eppure questo luogo ha un fascino immobile. Sarà il temporale, il profumo del fico, la roccia grigia, il paese spoglio. Il tempo si ferma in una folata di vento, poco dopo inizia a piovere. Ci rintaniamo nell’unico bar aperto. Tavoli bassi, tende per separare, acqua che entra da qualche parte nel soffitto. Siamo io, una coppia di croati e qualche uomo con le sue donne velate, i loro bambini che giocano, il wifi che non prende. Il mio stato d’animo si alterna fra preoccupazione ed euforia. Non so se passano autobus, non so se smetterà di piovere.

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Eppure quest’insicurezza mi diverte. L’attesa per poter uscire mi fa immaginare possibili soluzioni e sistemazioni in caso non smetta più di piovere, o non trovi un passaggio. è divertente il pericolo quando lo devi solo immaginare. Perchè alla fine smette di piovere e torno a Mostar. Esce anche un po’ di sole a fine giornata che tinge di magico questa straordinaria città. Prendo vie a caso e tutte le volte arrivo fino al fiume. Un pescatore che si presta alla mia macchina fotografica, un cane che difende la sua casa, un cespuglio di more già pronte,buonissime. La città vecchia è sempre affollata. A me intriga più la via fuori dal centro. Gli edifici puntellati dai fucili, i negozi e i bar dove nessun turista osa entrare. Entro nel giardino di una delle tante moschee. Poso la macchina fotografica perchè la sento di troppo. C’è un solo ragazzo che prega. O forse riposa. Resto all’ingresso ad osservarlo, immobile come è immobile lui, immersa in un posto dove è più facile restare in silenzio. Le lapidi che costeggiano l’ingresso portano le foto di giovani uomini, ragazzi soprattutto. La data di morte è per tutti la stessa. 1993. Fatta eccezione per quelle che portano solo la data di nascita. Eterni ragazzi. Una scalinata porta ad un altra parte del cimitero, ma le facce e i numeri sono gli stessi. Un ragazzo fuma una sigaretta e osserva i suoi fratelli. è probabilmente troppo giovane per ricordarli eppure sembra affondare in ogni boccata di fumo per loro. Vuole spiegarmi, raccontarmi. Quello è un posto all’onore, al sacrificio. La vita perduta dei suoi fratelli musulmani ma anche quella dei suoi concittadini, allo stesso modo, uguali. Mi perdo ancora un po’ e arrivo allo Stari Most, il vecchio ponte. La via dell’oro brilla sotto il sole che cala e si accende per la piccola luna che sbuca da dietro le montagne. Mi fermo a mangiare con vista sul ponte, in totale silenzio, buttando giù anche tutte le cose che ho visto, lasciandole attaccate allo stomaco e alla memoria. Il tramonto ci mette una vita a finire, sono le 10, la voce che canta l’ora della preghiera dalla moschea più vicina arriva dolce, come una cascata di miele. E intanto inizia a piovere. Mi incammino verso casa, sognando il letto caldo dopo una giornata di vento e preghiere degli altri. Affondo la testa sul cuscino. E sempre e solo un’andata, non esiste ritorno.

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Veronica J.

 

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