IN GIRO PER I BALCANI, giorno 5 – silenziosamente

IMG_20160807_170808

Mi capita spesso, da quando vivo a Venezia, di trascorrere giornate senza parlare o parlare poco, lo stretto indispensabile. Troppa gente, troppo tram tram. Mi fa sentire piccola, con la voce troppo sottile per essere sentita. Così sto zitta. In grado di tenere la bocca serrata per ore. Oggi è uno di  quei giorni. Sarà l’ostello troppo affollato, la città invasa dai turisti. , lasciando Fabrizio, da Roma, che voleva fare il viaggio con me fino a Sarajevo senza una compagna. Mi perdo ancora un po’ per Mostar, guardo i ragazzi del club dei tuffatori passare per le offerte della gente e poi tuffarsi. La via dell’oro è gremita, i souvenir vanno a ruba. Salgo sulla torre del ponte dove le fotografie del 1993 catturano il mio tempo. La bella città venne completamente distrutta. Per la prima volta musulmani,cattolici e protestanti, bosniaci, serbi e croati vennero divisi. Nessuno voleva la guerra ovviamente e come tutte le guerre ancora, alla domanda “che guerra era? perchè?” alzano le spalle, “noi non lo sappiamo”. Erina è nata nel ’95, tra le macerie. Mi dice che il clima che c’era a quel tempo per lei era normale, d’altra parte conosceva solo quello. Sua cugina invece, che è nata dieci anni prima si ricorda il tempo in cui tutto andava bene. La macchina nuova di suo padre, la nascita di suo fratello, il giorno in cui ha imparato ad andare in bicicletta. Poi mi parla del suo primo ricordo della guerra, quando una bomba colpi casa sua. Le finestre che venivano spazzate via e tutti che gridavano. Molti di loro partirono, soprattutto per il nord Europa ma non la sua famiglia. Sfortunatamente, aggiunge. Avrebbe voluto andarsene e vuole farlo tutt’ora. La lascio ai suoi pensieri mentre di nuovo, da fuori, arriva il canto dalla moschea. E di nuovo lo seguo. Quando inizia a piovere mi rintano in un caffè aspettando l’ora, un po’ a malincuore un po’ sollevata, di lasciare Mostar. Alle 16 siamo in viaggio verso Sarajevo. Io, madre e figlio che sembrano arrivare dalla road 66 negli anni ’50 e di nuovo un australiano. Parlo lo stretto indispensabile, appunto. Anche se mi incuriosisce la passione che Robert, che però si fa chiamare Elvis, ha per questo Paese. Poliziotto parigino e motociclista, lavora di solito nei night club o come attore. Decido di non indagare troppo. Parla Bosniaco e conosce la musica di tutto il mondo. Per ogni angolo a Sarajevo ha una storia da raccontare. E io, sempre in silenzio, mi lascio trasportare. Arriviamo che il cielo è grigio, fa freddo e piove. Butto giù una tazza di caffè bollente e mi perdo tra le parole di Erri De Luca. Domani è previsto sole.

 

Veronica J.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...