IN GIRO PER I BALCANI, giorni 6 e 7- lasciare indietro e prendersi tutto

Sarajevo è un triputidio di odori e fumi. I cafè e i ristoranti non smettono un attimo di essere affollati, le stradine del centro percorse, i negozietti di souvenir invasi. L’odore di oriente che si porta dentro è così forte e delle volte nausente da perdere il fiato. Shisha, carne alla griglia ad ogni ora, odore di rame in lavorazione. Anche la grande moschea che ti accoglie nei primi passi della città vecchia è costantemente affollata. In pochi pregano, in tanti chiacchierano ai suoi piedi, alzando un mormorio leggero. Donne e uomini divisi, anche nelle chiacchiere.

Mi scosto dal via vai di questa città speziata ed entro in una galleria per conoscere la storia più recente della città. Fotografie e manifesti contro una guerra infame e senza un vincitore, come sempre. Il massacro di Srebrenica raccontato attraverso le immagini reali. Crude, devastanti. La voce rotta delle madri che non hanno più visto tornare indietro i proprio figli, i propri mariti. Il pianto degli uomini che dopo giorni di cammino nascosti nel bosco raggiungono un territorio sicuro, finalmente salvi. Mi chiedo come mai queste immagini mi siano sconosciute. Perché non sapevo prima d’ora a cosa realmente aveva portato questa guerra? L’11 luglio del ’95, io ero ancora figlia unica. Coccolata ed amata, in un mondo ovattato e tranquillo, lo stesso mondo in cui sono cresciuta, poi. Poco dolore per noi, basta chiudere gli occhi. Invece qui, pur sempre senza capire davvero, gli occhi un po’ li apro e tutto quello che mi da è una sensazione di vomito. L’assedio di Sarajevo viene ripreso da un altro punto di vista. Una sala da ballo, una cantina dove dei ragazzi suonano i Nirvana, una macchina bombardata dove dei bambini giocano ad andare in vacanza. La scuola un giorno alla settimana, le bombe esplose prese come cimeli di un abbandono. Correre per non essere fucilati dai cecchini, arrivare salvi dall’altra parte buttarsi a terra e ridere. Credo di capirla ancora un po’ di più, questa Bosnia strana. Non è strana, è se stessa. Come una canzone. Sarajevo il ritornello da ballare. Stupenda.

Passo ore ad osservare dei vecchietti giocare a scacchi. Urla, risate, consigli, nervi tesi. Qualche barbone che arriva con la sua birra, le panchine piene ad osservare ogni mossa. Io non riesco a togliere gli occhi di dosso da questa gente e quando se ne vanno me ne vado anche io.

Il fiume ha il colore del caffè e scorre pieno di pioggia. Lasciare Sarajevo è solo darle un arrivederci, ora devo ripartire.

Dopo la solita notte di incubi e febbre mi alzo quasi all’alba, salgo su un taxi e raggiungo la stazione degli autobus. Saluto Sarajevo nei sogni e tre ore dopo le curve verdi e il fiume mi trascinano a est, Visegrad, ultima tappa bosniaca. Senza colazione non posso essere me stessa, forse è per questo che la signora che mi si siede vicina mi offre da mangiare. E io accetto. Dividiamo pacchetti di salatini parlando ognuno la sua lingua. Ma il fiume è bello per tutte e due e i salatini un toccasana per una ragazza gracilina, mangia! La signora fa fermare l’autobus nel punto esatto in cui devo scendere gridando all’autista e mi saluta con la mano finché può.

Visegrad è un misto di natura fantastica e costruzioni orribili. Case senza logica, brutti palazzi, un architettura che uccide il paesaggio. Eppure bar e ristoranti sono pieni ad ogni ora. C’è una discoteca in centro e vari tour tra cui scegliere. Non mi ci vuole molto a capire cosa ha di speciale questa città, oltre ad essere il posto dove è vissuto Ivo Andric, e la risposta è:la gente. Il disastro di vie mi fa perdere e la febbre mi da i brividi. Mezzo paese si mette a disposizione per farmi trovare il mio alloggio per la notte e mi mette sotto al naso un piatto di ćevapi caldo da divorare. Quando trovo l’appartamento ad aspettarmi c’è Mara. Beviamo un caffè insieme e parliamo la lingua universale del cuore. Lei serbo, io italiano. Mi racconta dei suoi figli, mi da consigli su cosa visitare, mi parla di suo marito. Non fa altro che correre e sudare. È dolcissima. Facciamo il letto insieme e mi fa assaggiare la sua marmellata di more. Quando scappa via di nuovo per tornare a casa sua mi butto nel letto con i brividi e il sudore e crollo.

Mi alzo a fatica ed esco, soprattutto per cercare un wifi. Arrivo fino alla Adricgrad. La città dentro la città che è stata costruita da cinque o sei anni. Sembra più l’ingresso di un parcogiochi, con i suoi baretti e i palazzi ognuno in uno stile diverso. La città di cartapesta. È piena di turisti, i bar affollati anche dai locali. Gli errori architettonici di troppa esuberanza non possono niente di fronte ad unaa popolazione che sa il fatto suo. Per cena convinco Rade, il marito di Mara, a farmi fare un giro. Mi porta fino al vecchio ponte, forse l’unica vera cosa interessante del luogo e poi a mangiare. Una birra e di nuovoo ćevapi. Mi guarda mangiare e mi racconta la storia della città in serbo.mi traduce qualche poesia di Ivo Andric e poi mi riporta a casa, con la febbre e la voglia di dormire per giorni.


Quando mi butto a letto penso al potere della gente. A quanto l’apparenza sia poca roba, l’accoglienza una virtù semplice. Ho passato gli ultimi mesi a Venezia a sentirmi un’intrusa a casa mia ed ora a chilomentri e lingue di distanza sono a casa dovunque io vada. Straniera mai, amica sempre.

Veronica J.

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