IN GIRO PER I BALCANI, giorni 8 e 9- un, due, tre…Serbia!

 

Saluto Mara e la Bosnia con già la nostalgia. Un battito costante e dolce questa gente, un sorriso infinito, ricercato a fondo, scavato sopra ad una cicatrice incancellabile. La Serbia mi accoglie con la pioggia e il caos, ma Belgrado mi appare magica. La stazione degli autobus è una bolgia, il traffico della città come scimmie rabbiose. Vanno, vanno e non si sa dove. Cerco tra i palazzi il miraggio di un ostello e lo trovo subito in un vecchio palazzo che mi ricorda Roma o Trieste. Le storie di certe case antiche, dove prima cresceva una famiglia ora spuntano ostelli e affitta letti d’occasione. Ma Dasha pare mi aspettasse. Capelli legati stretti e trucco nero. È probabilmente abituata a vedere solo uomini che tornano la sera con bottiglie di birra da scolarsi che decide che per una sera sono sua sorella minore. E sorveglia la mia notte come la migliore delle stelle. La città fuori dal centro è come immaginavo la Serbia. Rude e zingara e ballerina. La gente non smette di andare col ritmo suo, serbo. Come vanno le loro fisarmoniche. Come quelle dei bambini che suonano lungo le strade. Violini pazzi, chitarre scordate. Niente sembra cantare per Dio, tutto sembra suonare per gli uomini e le donne. E infatti Dio s’arrabbia e manda tuoni e fulmini, gli zingarelli scappano in chissà quale baracca e gli altri a mangiare e a bere, lontani da quella musica che tutto fa tranne che guidarti. Contratto il prezzo con un taxista. Belgrado sotto una pioggia fantastica mi porta a nanna. Ma di piovere non smette. Sarà che questo Dio, non si capisce bene quale, s’è arrabbiato sul serio. Belgrado di giorno è un’altro affare. Spudoratamente europea e banale. Ma io sono già su un altro autobus e poi su un altro ancora. Perché la musica l’ho seguita e infatti non m’ha guidato! Più che un autobus è una carovana. Che sfreccia tra strade asfaltate male e qualche birra di troppo. Non prego ma spero di poter scendere prima o poi. La carovana va, verso il vulcano. Guča. Le facce sporche dei trombettisti ti vengono a cercare. I tamburi vanno a modo loro, nomadi e dannati. Tutta la vallata suona per se stessa, nessun dio che tenga. Suona per lei. La gente a fiumi, segue l’ordine sparso del suo cammino. Balla e si ubriaca e la cosa è inevitabile per tutti. Guča è il paese dei balocchi, la porta che conduce all’inferno.

Scappo all’alba prima che il vento mi porti via. La stazione dei treni è deserta. La bigliettaia arriva correndo e col rossetto rovinato. Stampa il biglietto mentre io bevo il caffè che mi ha appena preparato. Un’ora dopo sono sul treno per il Montenegro. Lontana dalla musica e dall’inferno. Inseguendo la musica e l’inferno.

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