IN GIRO PER I BALCANI, giorno 14- Estremo sud

 

Lasciare e prendere, soprattutto. Quando già le mie spalle sono rivolte al Montenegro è troppo tardi per realizzare dove andrò a finire. Cosa combinerò. Chi non sarò più. Il pulmino che a spintoni attraversa il confine non ha nulla di legale, sicuro, comodo o almeno un po’ rassicurante. Proprio come piace a me. La botola sul tetto tenuta aperta da una bottiglia di plastica incastrata ad arte, la portiera spalancata per far circolare l’aria che però non circola, l’autista ubriaco, sbandato, distratto, senza patente o chissà che e una mandria di viaggiatori sconsiderati e irrazionali che si spingono verso l’estremo sud d’Europa. Benvenuti in Albania. Le prime immagini che ricevo me le mangio con gli occhi. Una fotografia immortale che non sbiadisce mai, come le mie sensazioni. Esiste davvero un posto del genere, qui, in Occidente? O sto sognando? Che assurdo film è mai questo? Che strano e vecchio documento della storia? Tutto sembra tornare indietro ed essersi fermato a certe storie confuse di vecchi sdentati che hanno guardato in faccia alla guerra e alla fame. Eppure la vita scorre come un fiume senza mai fermarsi. Va e va e non si placa il movimento casuale della gente che invade le strade e tutti i luoghi. Per la prima volta mi sento persa, impotente di fronte al ritmo che gli albanesi scandiscono con il loro via vai indecifrabile. I grandi e osceni palazzi mi danno le vertigini, le macchine che sfilano via come frecce i brividi. Dove sono? Cosa ho fatto? Chi non sono? Carico lo zaino sulle spalle, che pesa sempre meno o sono io ad essere più forte, ma la mia faccia confusa non lascia scampo. Mi sono persa nella giungla. Piccolo puntino in un labirinto senza meta e senso. Una ragazza mi trascina a prendere il prossimo autobus per Tirana. E io mi affido completamente al caso e alla speranza di, prima o poi, arrivare. Qualunque sia la mia destinazione. L’autobus in realtà è un auto 9 posti con guida a destra. Il suo autista un ometto intirizzito e chiacchierone. Spengo tutti gli obiettivi, questo posto lo fotografo per me. Che faccio fatica a capirlo e soprattutto a stargli dietro. A bordo conosco Donald, secondo angelo della giornata, che mi accoglie come un ospite e mi racconta della sua terra. Col solito brillìo negli occhi di chi, nonostante tutto, è capace di amarla. Un po’ come succede a me, quando parlo di casa mia. A Tirana il mondo esplode. Venditori e approfittatori di professione cercano di accalappiarci, venderci un sedile su un autobus per due soldi, con le facce rugose di fame e di ignoranza, quella del regime, che non riesce a lasciare le loro teste. Ma Donald prima di essere italiano è albanese e mi guida verso il posto giusto, la giusta direzione. Quando l’autobus mi lascia in mezzo alla strada saluto in italiano e così mi rispondono tutti. Esmeralda è lì che, nelle sue vesti, invade la corsia e fa segno di raggiungerla. Ci abbracciamo, come se fossimo sorelle, anche se non ci siamo mai viste prima. Salite in macchina l’aria condizionata è come un bicchiere di acqua freschissima, gli occhi di Mohamed, il suo piccoletto, due perle azzurre come il mare. La mia mente è confusa, il tempo sembra aver preso il comando di ogni mio intento, l’Albania il controllo del mio destino. La macchina sfreccia nella città di Kavaje, tra la moschea, la chiesa, i mercatini e le facce degli zingari affacciate sui bidoni dell’immondizia. Dove sono? Cosa ho fatto? Chi non sono?   I palazzi sono cadaveri abitati. Nulla è finito, tutto è da fare e comunque si continua a costruire. Solo non concluso e altro nuovo osceno. Senza averne mai abbastanza e soprattutto senza ordine, logica o buon senso. Ma quando la macchina si ferma sotto al palazzo che sarà casa mia per il resto del mio viaggio il mio stupore e la mia eccitazione aumentano. Una mandria di bambini aspetta affacciata dalle rampe delle scale e come animali selvaggi si precipitano giù. Per osservarmi e guardarmi meglio. Fiutare il nuovo, curioso animale italiano che è arrivato in città. Il quartiere si sveglia dal torpore del pomeriggio, le vecchiette prendono la scopa in mano e decidono di spazzare l’ingresso di casa, gli uomini escono a fumare una sigaretta, i bambini mi fanno da paggi, un po’ scapecciati e vestiti storti. Quando raggiungo l’ingresso di casa Susy mi abbraccia come una figlia, Amina mi guarda con gli occhi di chi ha una nuova sorella maggiore, quella che non ha mai conosciuto. Io guardo il sole che scende dietro il vecchio quartiere mai concluso e i bambini che sono scesi in strada a giocare e, così semplicemente, mi sento a casa mia.

Veronica J.

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