IN GIRO PER I BALCANI, giorni 15, 16, 17, 18- quando casa è ovunque tu sia

 

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A Kavaje i galli, padroni dei propri pollai, cantano ogni mattina. Per ore. Qui si dice che un gallo canta ogni volta che vede un angelo, anche se questi sembrano essersi nascosti per bene. Qui è più un limbo nuovo dell’inferno, il parcogiochi degli inferi, il punto di ristoro per i dannati. C’è un giardino all’ombra della moschea dove gli uomini passano le giornate a giocare a scacchi, dama, carte, urlando e ridendo… i bar non smettono di essere affollati e rumorosi, il mercato a cielo aperto arrogante e colorato. I giorni si mescolano nel traffico del centro. Non esiste giornata che non inizi con un caffè al bar, se vuoi pure due. Andiamo al cimitero, dove l’erba alta invade le tombe e i fiori finti posati nei vasi. Non esiste distinzione di religione, al cimitero quello che credi di essere stato sei stato, ora stai sotto la stessa terra del tuo diverso. Il mercato è pieno di gente che guarda e non compra, però non manca niente. La mia nuova famiglia albanese mi porta di qua e di là. La piazza, il mare, il ristorante, dallo zio, dal macellaio. Non ci fermiamo un attimo perché è così che vivono gli albanesi. In continuo movimento, soprattutto nelle ore più calde della giornata!! Marjus va a farsi un tatuaggio e ci vado anche io. Alle 11 di sera il negozio è affollato di uomini e fumo. Stringo la mano guardandoli negli occhi, come fossi uno di loro, e mi faccio tatuare mentre bevo, come fossi uno di loro, un energy drink dolcissimo. Quando usciamo è notte fonda giusto il tempo per un caffe. Un altro. Non smetto di conoscere parenti, amici, vicini e tutti mi vogliono bene. Lola mi regala un vestito e insieme sfogliamo le foto di quando era piccola. Con Lipi gioco a pallavolo e non vuole più che vada via.

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L’albania è un posto pazzesco. Un posto strano,vitale. Contraddittorio, rumoroso ma omertoso, dove tutto va bene e un attimo dopo tutto è da cambiare, o da scappare. Gli italo-albanesi percorrono a passo sicuro le strade, con le loro macchine lucide e i loro vestiti alla moda, come fossero dei vip, ma da umili. Sanno di che sapore è fatta la povertà, l’ignoranza e se non la conoscono direttamente sono in grado comunque di sentirla, di vederla in chi è rimasto, nei loro fratelli. Nonni, amici d’infanzia, conoscenti. Niente procede. Chi ha più soldi manda figli e figlie nelle scuole private, garantendo ai maschi un lavoro importante e alle femmine un marito affascinante e ricco da curare e a cui dare figli. Per gli altri c’è il destino. La famiglia è l’unica impresa per cui preoccuparsi. Portano in bocca la madre patria Albania eppure c’è poco, se non nulla, che mostra i segni di una Nazione presente né i suoi nazionali sembrano preoccuparsene troppo. In fin dei conti basta che il comune eriga una grande fontana luminosa al centro della città e tutti sono contenti, più vistosi. In Albania si mangia pasta, si beve caffè, pepata di cozze e gelato buonissimo. Tutti parlano e cantano in italiano. I nostri abissi sono simili, se non gli stessi. Ma in tutti questi demoni c’è qualcosa di puro e semplice. In chi ti apre la porta di casa e ti da un letto su cui dormire, in chi ti offre una merenda di frutta fresca, in chi vuole raccontarti del bel marito di sua figlia e della grande festa per il matrimonio. La trovi lì la nazionalità degli albanesi, nei gesti d’affetto e spontanei che non puoi rifiutare. Rumorosi, eccentrici, allegri, permalosi ed orgogliosi. Senza esitare ti fanno entrare nelle loro famiglie, come uno di loro e difficilmente puoi dimenticartene. Uniche imprese per cui preoccuparsi.

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Veronica J.

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