IL CINEMA COME PIACE A ME; 120 anni di storia dello spettatore attraverso 5 film

Mi diverte fare liste, inventare teorie e guardare film. Quindi eccovi la mia teoria, elencata in una lista dei miei film preferiti, di come il cinema ma soprattutto i suoi spettatori si sono evoluti nei suoi primi 120 anni!! 😀

HUGO CABRET

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Nella solita Parigi, bella e viva, sono gli anni ’30. Hugo è un bambino che ama le storie, ama le macchine, ama andare al cinema. Ci va con suo padre. Vanno lì per non pensare, per distrarsi dalla loro vita e viverne un’altra, ogni volta una diversa. La storia prende la sua direzione narrativa che trova il suo spazio nel tempo affidatogli. Un film bellissimo, emozionante, coinvolgente. Ricco di personaggi a cui affidare una pellicola intera. Ma soprattutto un grande omaggio da parte di Scorsese a George Meliès e al Cinema come appunto macchina di vita, fabbricante di sogni. L’innovazione che il cinema aveva portato nella vita delle persone cambiò, anche se in silenzio, la percezione e l’immaginario comune. Il nuovo secolo, che era iniziato tra feste, lusso e uno stile di vita quanto mai nuovo e collettivo, in un mondo dove arti di ogni tipo circolavano tra la gente e facevano parte della quotidianità, aveva visto spegnere le proprie luci con la guerra, la fame, il disincanto. Il cinema era diventato un privilegio per allontanarsi dalla realtà, per poter sognare, mondi possibili, migliori. Quei pochi spettatori che avevano l’opportunità di parteciparvi, se pur passivamente, fecero del cinema una virtù e un vizio che avrebbe modificato sempre di più la percezione di sé, la quotidianità e l’andazzo del mondo.  E ‘Hugo Cabret’ ne è un documento perfetto, un punto di vista dall’alto sui demoni e angeli della nuova epoca, proprio come il piccolo orologiaio vedeva, dalla cima dell’orologio di Montparnasse, la città di Parigi.

NUOVO CINEMA PARADISOcinema-paradiso

 se per Parigi il cinema era quotidianità e cultura, sogno ed avventura, casa, per i piccoli paesi italiani le piccole sale cinematografiche erano svago, unico divertimento delle volte, riunione, incontro. Ne è un esempio perfetto, oltre alle mille peculiarità filmiche e bellezze narrative, il film che ha consacrato la carriera di Giuseppe Tornatore; ‘Nuovo Cinema Paradiso’. Per protagonista, ancora una volta, un bambino, Salvatore. Povero anche lui, curioso come Hugo, con un’unica differenza, Hugo viveva nella solitudine e nella perdita del genitore, Totò nella noia e nell’ottusità di un piccolo paesino di provincia. Il Cinema Paradiso era il posto migliore dove dimenticarsi della guerra, da poco finita, della povertà. E con spensieratezza i cittadini gremivano la piccola sala, nonostante le assurde censure ai film del parroco del paese. Ma Totò vedeva qualcosa di diverso in quel posto. Non solo uno svago, non solo il posto di ritrovo per gli amici. Totò, grazie anche al suo mentore Alfredo, che insegnò lui il mestiere, vedeva nel cinema una via di fuga dall’ignoranza latente, oltre che dalla realtà. Una piccola sala cinematografica in un paese della Sicilia degli anni’40 acquista così più potere di tutte le sale presenti nella lussuosa Parigi. La gente può finalmente vedere, sapere, fin dove concesso. Capire e farsi un’idea del mondo, ciò che c’è al di fuori dalle mura del borgo. Il cinema diventa l’arte popolare per eccellenza, fruibile a tutti e comprensibile da tutti. Ovviamente la condizione di miseria e il livello di cultura dei compaesani di Salvatore non cambia poi così radicalmente è il bambino oramai diventato grande, segue il consiglio dell’amico e mentore, e lascia la sua terra controversa. Ma ancora una volta il Cinema viene visto come una colonna portante, un punto d’appiglio per una vita troppe volte storta, che grazie al fascio luminoso del proiettore trova una via di fuga, una risposta, del coraggio o, semplicemente, una distrazione.

THE DREAMERS

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Dalla culla del Cinema, al paesino siciliano e ritorno, di nuovo a Parigi, circa 60 anni dopo la nascita della settima arte. Sono infatti i primi mesi del ’68. Ciò che sembra prevalere sono movimenti di rivolta da parte di intellettuali e studenti. I tre protagonisti, Isabelle e Theo, fratelli gemelli e Mattew, studente americano, sono appassionati ed ossessionati dal cinema e sembrano inizialmente attivi nelle battaglie e manifestazioni sessantottine. Quello che prevale poi è, in realtà, se non il contrario, ben lontano dalle ideologie comuniste e rivoluzionarie, che portarono la gente a scendere in strada. I tre, rimasti soli nella borghesissima casa dei genitori iniziano un periodo di semi reclusione tra giochi di erotismo e qualche accennato e prestampato discorso di politica e cultura.  ancora una volta però siamo di fronte al cinema che celebra il cinema. Ma se nei due casi precedentemente citati il suo ruolo era quello di consolare, distrarre, far sognare e vivere per tutta la proiezione del film i panni di qualcun altro distaccandosi dalla realtà semplicemente rimanendo seduti nella propria poltroncina, in ‘The Dreamers’ i tre protagonisti vivono i film quasi maniacalmente, giocando e
citando scene, monologhi, atteggiamenti particolari che avevano visto e rivisto sul grande schermo. La loro realtà è completamente distorta da un’ossessione compulsiva per il cinema, con cui giocano, scommettono, pagano penitenze. Il Cinema infante cresce e diventa adolescente e con lui i suoi protagonisti passivi, gli spettatori, che insieme a lui crescono, assumendo un comportamento di assuefazione totale, passione, irrefrenabile curiosità e dipendenza. Oltre alle meravigliose citazioni cinematografiche che scandiscono ritmicamente il tempo del film è il carattere dei tre che, sequenza dopo sequenza, si forma, cresce e si palesa, senza mai tralasciare il bizzarro modo in cui vivono la loro vita. Isabelle, che inizialmente è impostata e signorile come una diva del cinema, lentamente si trasforma nella cavia più fragile che i media potrebbero desiderare. Il suo carattere apparentemente forte si sgretola per mostrare non altro che un burattino nelle mani di suo fratello Theo, cui porta avanti ideologie meccaniche che non gli appartengono. Mattew è palesemente offuscato dal fascino dei due fratelli e solo a tratti si ribella al loro essere, al loro fare, sempre poi tornando da loro proclamando di amarli, eccezione fatta per il finale. Ogni personaggio personifica vari caratteri dello spettatore a vari livelli ma anche dei media e della massa in cui sono intrise le loro vite e le loro idee.  Isabelle è apparenza pura e si rompe ai primi veri approcci con la vita, Theo è come la macchina mediatica della sua, e nostra, epoca che manipola e inganna mentre Mattew è lo spettatore affascinato che si lascia coinvolgere come in un vortice da apparenza e media. Gli spettatori del cinema, e in questo caso i tre amanti, sono nel limbo di una fase adolescenziale, dove la realtà è offuscata da emozioni travolgenti e non controllabili verso la grande fruizione di immagini nuove e più frequenti. Il sogno del cinema inizia sempre di più a far parte della quotidianità delle persone diminuendo la distanza della percezione tra finzione e realtà.

JOY

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Per spiegare meglio quella che ho chiamato la fase adolescenziale dello spettatore prenderò ad esempio il film, più recente, ‘Joy’, di David O’Russel, ambientato nei primi anni ’90. Joy è una giovane donna che fin dalla sua infanzia porta sulle spalle il peso di far parte di una famiglia totalmente folle e sconclusionata, nonché quello di doversi occupare di ogni suo membro. Due figli piccoli, l’ex marito che spera ancora in una carriera da cantante e vive nel seminterrato che si ritrova a dover condividere con l’odiato suocero, egocentrico e donnaiolo rimasto nuovamente solo e senza casa. La sorellastra che ama metterla in cattiva luce. L’amata nonna che ha predetto per lei un futuro fatto di sofferenza e sopportazione e, infine, la madre, ossessionata dalle soap opera, che non lascia mai la sua camera da letto e trasforma le vicende dei suoi personaggi preferiti in insegnamenti di vita totalmente fasulli e irreali. Nella situazione tragicomica in cui sopravvive la famiglia e, soprattutto, Joy, aleggia come uno spettro la fantomatica illusione del sogno americano.  Nessun omaggio o celebrazione al cinema in questo caso, al massimo, in un certo senso, al potere della televisione. Con ironia e tragica spontaneità la tv è per la disastrosa famiglia, ogni componente a modo suo, un elemento indiscutibile della propria esistenza. È con il linguaggio della tv che Joy, catapultata in un sonno profondo, sogna la sua disfatta, ma anche apre gli occhi sulla propria esistenza. Questo grazie ai migliori amici di sua madre, i protagonisti della sua soap opera preferita, che vengono visti come persone reali, punti di riferimento, facce familiari. Ed è in tv che Joy, sfortunata e squattrinata matriarca, entra nel mondo del business ed ottiene, dopo innumerevoli sconfitte, le sue prime vittorie. E, per ultimo, è solo davanti alla televisione che, in una delle scene principali del film, si vede la famiglia totalmente riunita in un’unica inquadratura e per di più senza litigare come al solito. È un amore a prima vista ed eterno, in questo caso la tv, nel caso precedente il cinema, proprio come quando, nell’adolescenza ci si innamora. E di conseguenza si subisce un’alterazione della realtà. Il momento del sogno che colpiva i primi spettatori bambini viene trasportato nella vita reale facendo pensare che ciò che avviene nel grande e piccolo schermo sia come un allungamento dei propri arti, della propria mente, della propria realtà. Il limite tra ciò che è il vero e ciò che è il falso si offusca e illude così lo spettatore adolescenziale.

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY

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Da bambino, ad adolescente, ad adulto. L’arte del popolo non poteva morire in giovane età e con lui nemmeno i suoi spettatori, che nel frattempo sono cresciuti, o meglio, si sono evoluti nel loro rapporto con il cinema, modellandosi al mondo. Ma se quello che nella vita vera significherebbe prendere coscienza della realtà e distinguerla da sogni e passioni, ammesso che sia possibile, per lo spettatore adulto, o cresciuto che dir si voglia, significa che realtà e finzione, o immaginazione, sono la faccia della stessa medaglia, diventate indistinguibili nel pensiero individuale.  Ricordi, addirittura linguaggio verbale, pensieri ed immaginazione. I film, dai classici, ai colossal fino a quelli di nicchia, ma così come la tv, e forse soprattutto, hanno contribuito a modificare radicalmente la percezione delle persone fino a diventare carattere del proprio immaginario, della propria vita. Ne è un esempio il bellissimo ‘I Sogni Segreti Di Walter Mitty’. Certo, il protagonista del film è il caso più estremo di questo modo di fare, di questo modo di immaginare, ma, in fondo, quale personaggio citato in queste righe non lo è? Walter è il topo di camera oscura della rivista Life e vive una vita apparentemente monotona. È segretamente innamorato di una sua collega, Cheryl, ma non trova il coraggio di dichiararsi. Silenzioso, timido ed intimorito dal nuovo capo, vive la sua semplice vita solitaria quasi lasciandosela sfuggire, come il treno che perde per andare a lavoro, cadendo di nuovo nelle mille possibilità della sua fervida immaginazione. Solo il famoso fotografo Sean O’Connell sembra
aver stima di lui ed essere suo amico, anche se i due in realtà non si sono mai visti, e sarà proprio lui a far scattare la scintilla dell’avventura in Walter, oltre a donare un finale emozionantissimo ed una dolcissima morale. Ma veniamo al punto. Ciò che caratterizza il protagonista è proprio la sua fantasia, condanna e dono a seconda dei punti di vista. Vive nella sua testa momenti epici, dove lui è l’eroe dai poteri sovrannaturali, che rivolve situazioni dai risolti fantascientifici ed irreali. È lì che Walter si rifugia. Lì che si perde, ma è anche da lì che, finalmente, inizia ad affrontare la vita. Così una fotografia appesa al muro si anima e il fotografo O’Connell con un movimento della mano lo chiama ad agire. È Cheryl, nei suoi sogni ad occhi aperti, che inizia a cantare una dolce versione di Space Oddity all’interno di un pub in Groenlandia e che lo segue nella sua corsa per saltare su un elicottero in decollo, questo però succede davvero. Sono immagini da film d’azione quelle che Walter vive nella sua fantasia. Possibile che, oltre ad essere fornito di un’immaginazione illimitata, sia anche condizionato da tutte le immagini che ogni giorno riceve attraverso tv e epiche scene viste nei film? Sì, a mio parere. A chi non è mai successo? La finzione, l’eccezionale modo di esagerare, di non annoiare, di poter creare mondi nuovi e situazioni possibili che, dal curioso Hugo Cabret al distratto Walter Mitty, il cinema ci offre, se comunque non è realtà, è sicuramente un buon modo di perdersi e continuare a sognare, ma anche, e perché no, trovare coraggio, un punto di riferimento, lo spunto per poter dire: è possibile!

Veronica J.

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